Relazioni nell’era digitale: quando sentirsi vicini non significa costruire un legame

Mai come oggi è stato facile entrare in contatto con qualcuno.
Un messaggio, una reazione a una storia, un commento, una fotografia, una conversazione iniziata quasi per caso. Due persone che fino a poche ore prima non sapevano nulla l’una dell’altra possono cominciare a scriversi ogni giorno, raccontarsi la propria vita, scambiarsi fotografie, pensieri, confidenze, musica, desideri.
Nel giro di pochissimo tempo l’altra persona può entrare nella nostra quotidianità.
La troviamo al risveglio sul telefono, durante una pausa dal lavoro, la sera prima di addormentarci. Ci racconta cosa sta facendo. Le raccontiamo cosa è successo durante la nostra giornata.
Eppure può accadere qualcosa di paradossale:
sentirsi molto vicini senza avere ancora costruito una vera relazione.
L’intimità percepita può precedere la relazione reale
La ricerca sulla comunicazione mediata dal computer ha mostrato da tempo qualcosa di interessante: lo scambio attraverso uno schermo non produce necessariamente meno intimità.
In alcune condizioni può accadere persino il contrario.
La self-disclosure, cioè il progressivo raccontare aspetti personali di sé, può produrre nelle interazioni mediate una percezione particolarmente intensa di vicinanza. Alcuni studi sulla comunicazione online hanno mostrato come la frequenza delle rivelazioni personali possa aumentare familiarità e senso di prossimità.
Questo significa che ciò che proviamo non è necessariamente “falso”.
Il problema è un altro: la velocità con cui cresce la sensazione di intimità può essere molto superiore alla velocità con cui stiamo raccogliendo informazioni sulla relazione reale.

Possiamo sapere moltissimo di qualcuno senza sapere ancora come quella persona si comporti quando siamo in disaccordo.
Possiamo aver parlato per decine di ore senza sapere se mantiene una promessa.
Possiamo conoscere la sua infanzia, le sue paure e i suoi desideri senza sapere se sarà capace di esserci quando qualcosa diventa scomodo.
Possiamo ricevere centinaia di messaggi e non sapere ancora se quella persona abbia realmente intenzione di farci spazio nella propria vita.
Ed è qui che diventa importante distinguere intimità percepita e intimità costruita.
La prima può nascere rapidamente dalle parole.
La seconda richiede anche tempo, esperienza condivisa, reciprocità e comportamenti.
Quando la relazione rimane intrappolata nel telefono

Non è necessario essersi conosciuti attraverso una dating app perché questo accada.
Una conoscenza può nascere su Instagram o su un altro social network. Può cominciare attraverso amici comuni. Due persone possono persino essersi incontrate nella vita reale e trasferire successivamente quasi tutto il rapporto sul telefono.
Il risultato può essere lo stesso: una relazione fatta di messaggi che occupano moltissimo spazio psicologico ma pochissimo spazio nella realtà.
Ci si scrive al mattino.
Ci si racconta la giornata.
Si mandano fotografie.
Si scherza.
Ci si confida.
Talvolta si crea anche una forte intimità sessuale o emotiva.
E tutto questo può diventare parte integrante della quotidianità.
Ma le settimane passano e la relazione non evolve.
Non aumentano gli incontri.
Non cresce l’investimento.
Non si costruiscono progetti.
Non aumenta la conoscenza reciproca attraverso esperienze condivise.
Aumentano i messaggi, ma non necessariamente aumenta la relazione.
È una distinzione importante, perché la quantità della comunicazione può facilmente essere scambiata per qualità del legame.
L’altro come fonte di gratificazione
Esiste poi un altro rischio della relazione prevalentemente digitale.
Quando le persone sono sempre raggiungibili e potenzialmente sostituibili, l’altro può progressivamente essere vissuto meno come una persona da conoscere e più come una fonte di gratificazione.
La gratificazione può essere sessuale, ma non necessariamente.
L’altro può servire per sentirsi desiderati.
Per ricevere attenzione.
Per combattere la solitudine.
Per sentirsi interessanti.
Per ricevere conferme.
Per avere compagnia durante una serata noiosa.
Per alimentare l’autostima.
Persino per avere semplicemente qualcuno davanti al quale raccontare se stessi.
Il problema non è avere questi bisogni: sono profondamente umani.
Il problema nasce quando la persona che abbiamo davanti diventa prevalentemente lo strumento attraverso cui soddisfarli.
In quel momento la domanda smette gradualmente di essere:
“Chi è questa persona?”
e diventa:
“Che cosa mi dà questa persona?”
È un cambiamento sottile, ma psicologicamente enorme.
L’illusione dell’alternativa sempre disponibile
Gli ambienti digitali introducono inoltre una condizione relativamente nuova nella storia delle relazioni umane: la percezione di una disponibilità quasi infinita di alternative.
La ricerca sull’online dating ha evidenziato un fenomeno definito rejection mindset: quando le persone vengono esposte progressivamente a numerose possibili alternative, possono diventare sempre più inclini a scartarle.
Non necessariamente perché le persone incontrate diventino progressivamente meno interessanti.
È il processo stesso di selezione continua che può modificare il nostro atteggiamento.
Se dietro ogni persona percepiamo altre cento possibilità, diventa più difficile tollerare inevitabili imperfezioni, ambivalenze e tempi della conoscenza.
Ed è possibile che cominci a insinuarsi una domanda:
“Perché investire qui, se forse tra poco potrebbe comparire qualcuno di migliore?”
Ma una relazione significativa nasce attraverso un processo quasi opposto.
A un certo punto bisogna smettere temporaneamente di valutare infinite possibilità e iniziare a conoscere una possibilità reale.
Conoscere qualcuno richiede una risorsa diventata rara: il tempo
Una persona reale non è immediatamente disponibile alla comprensione.
Bisogna scoprirla.
E per scoprirla occorre tempo.
Bisogna attraversare conversazioni interessanti e conversazioni banali, momenti di entusiasmo e piccole delusioni, differenze, incomprensioni, riparazioni.
Occorre osservare la coerenza tra ciò che dice e ciò che fa.
Occorre permettere all’altro di sorprenderci.
Questo significa investire senza poter sapere immediatamente quale sarà il risultato.
Ed è proprio questa quota di incertezza che la logica della gratificazione immediata rende difficile tollerare.
“Forse sono io che mi affeziono troppo”
Chi continua a desiderare relazioni caratterizzate da reciprocità, continuità e profondità può cominciare, dopo molte esperienze discontinue, a pensare che il problema sia proprio il proprio modo di sentire.
“Mi affeziono troppo.”
“Pretendo troppo.”
“Dovrei essere più distaccato.”
“Non dovrei avere bisogno di continuità.”
“Dovrei imparare a vivere le cose più superficialmente.”
È una conclusione comprensibile.
Ma non sempre è quella giusta.
Forse non sei troppo sensibile. Forse stai cercando intimità all’interno di interazioni che non sono strutturate per offrirtene.
La capacità di affezionarsi non è di per sé una fragilità.
La capacità di investire non è una debolezza.
Desiderare reciprocità non significa essere dipendenti.
E avere bisogno di una certa continuità non significa necessariamente essere eccessivamente bisognosi.
Naturalmente anche questi bisogni possono diventare disfunzionali quando vengono accompagnati dalla paura costante dell’abbandono, dalla necessità continua di rassicurazione o dalla rinuncia ai propri confini pur di non perdere qualcuno.
Ma la soluzione non consiste nel diventare emotivamente indisponibili.
Quando la capacità di sentire viene scambiata per una debolezza
Questo è forse uno degli effetti più dolorosi delle relazioni caratterizzate da forte discontinuità: chi desidera un legame può finire per convincersi che il problema sia proprio il fatto di desiderarlo.
Dopo ripetute esperienze di ambiguità, sparizioni, improvvisi ritorni o rapporti che rimangono indefinitamente confinati nello schermo, alcune persone iniziano a esercitarsi nel distacco.
Provano a sentire meno.
A chiedere meno.
A non mostrare troppo interesse.
A non affezionarsi.
Come se la salute psicologica consistesse nel riuscire a non avere bisogno di nessuno.
Ma essere capaci di investire emotivamente, interessarsi sinceramente all’esperienza dell’altro, offrire cura, costruire reciprocità e tollerare la vulnerabilità sono anche capacità fondamentali per creare intimità.
Non dovremmo confondere la vulnerabilità con la patologia.
Naturalmente investire non significa sacrificarsi indiscriminatamente. Amare non significa tollerare qualsiasi comportamento. Dare non significa dimenticare i propri bisogni. E desiderare una relazione non significa doverla ottenere proprio dalla persona che abbiamo davanti.
La maturità relazionale richiede entrambe le capacità:
saper investire e saper scegliere dove investire.
Non si tratta quindi di diventare meno capaci di amare per soffrire meno.
Si tratta di imparare a riconoscere più precocemente chi possiede una disponibilità relazionale compatibile con la nostra.
In questo senso la sensibilità non deve necessariamente essere eliminata.
Può essere protetta attraverso il discernimento.
La vulnerabilità è anche il prezzo dell’intimità
Esiste un paradosso inevitabile.
Chi investe emotivamente può soffrire.
Chi si affeziona può essere deluso.
Chi permette a qualcuno di diventare importante accetta implicitamente la possibilità di perderlo.
Potremmo proteggerci da questo rischio diminuendo progressivamente il nostro investimento.
Potremmo non aspettarci nulla.
Non fidarci troppo.
Non affezionarci troppo.
Mantenere sempre aperte molte alternative.
Andarcene non appena qualcosa diventa complicato.
Probabilmente soffriremmo meno.
Ma perderemmo anche una parte fondamentale dell’esperienza relazionale.
Perché la stessa vulnerabilità che rende possibile la sofferenza rende possibile anche l’intimità.
Una relazione significativa richiede la capacità di lasciarsi toccare dall’esistenza dell’altro.
Come capire se stiamo costruendo una relazione
Non è il numero dei messaggi a dircelo.
E nemmeno l’intensità delle prime settimane.
Possiamo invece cominciare a osservare alcuni elementi:
- esiste una curiosità autentica e reciproca verso l’altro?
- il rapporto si trasferisce progressivamente dalla comunicazione virtuale alla vita reale?
- parole e comportamenti sono sufficientemente coerenti?
- entrambe le persone contribuiscono a mantenere il contatto?
- esiste rispetto per i confini dell’altro?
- le divergenze possono essere affrontate senza sparizioni, punizioni o minacce di rottura?
- l’investimento aumenta gradualmente da entrambe le parti?
- l’altra persona vuole conoscerci oppure prevalentemente ottenere qualcosa da noi?
- dopo settimane o mesi la relazione sta evolvendo oppure stiamo semplicemente ripetendo la stessa conversazione attraverso uno schermo?
Nessuno di questi elementi, isolatamente, permette di stabilire la qualità di una relazione.
Considerati insieme, però, raccontano molto più del numero di notifiche che riceviamo durante una giornata.
Non dobbiamo disimparare ad amare per adattarci
La tecnologia non è il nemico delle relazioni.
Un messaggio può avvicinare due persone.
Una conversazione online può permettere forme straordinarie di apertura.
I social possono far incontrare persone che altrimenti non si sarebbero mai conosciute.
Il problema nasce quando lo strumento attraverso cui incontriamo qualcuno finisce per determinare il modo in cui lo consideriamo.
Una persona non è un profilo.
Non è una fotografia.
Non è una notifica.
E non è una delle infinite finestre aperte sul nostro telefono.
Costruire una relazione significa progressivamente restituire tridimensionalità all’altro: riconoscerlo come un individuo separato da noi, con desideri e bisogni che non esistono esclusivamente in funzione dei nostri.
Per questo, in un’epoca che rende estremamente semplice iniziare un contatto e altrettanto semplice interromperlo, la capacità di restare curiosi dell’altro, investire, costruire reciprocità e tollerare una quota di vulnerabilità può rappresentare una risorsa psicologica preziosa.
Non perché ogni relazione debba essere salvata.
Al contrario: saper lasciare una relazione che ci fa male è altrettanto importante.
Ma perché proteggersi non dovrebbe significare rinunciare alla possibilità di creare legami profondi.
Forse la domanda più utile, allora, non è:
“Come faccio a non affezionarmi?”
ma:
“La persona alla quale mi sto affezionando sta costruendo qualcosa insieme a me?”
È una domanda molto diversa.
E può cambiare profondamente il nostro modo di vivere le relazioni.
Riferimenti bibliografici
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